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Il New York Times boccia la moda italiana: č da bordello

 

Il New York Times sgancia una bomba sulla moda italiana e -come prevedibile- la risposta arriva immediata e altrettanto violenta.

In un articolo pubblicato ieri il giornale americano ha pesantemente attaccato stilisti e case di moda tricolori, non risparmiando in schiettezza e terminologia da cantina:

<< a Milano non c'è più traccia d'eleganza. Nel Made in Italy trionfa il banale, la mancanza di idee, ma soprattutto una volgarità da bordello. Per la moda italiana è il tempo delle zoccole ....avete perso la vostra invidiabile raffinatezza. Nei vestiti, ma anche nel resto, come aveva per primo intuito Pier Paolo Pasolini >>.

Prima si criticano la mancanza di novità, la ripetitività delle collezioni, l'assenza di ricambio generazionale tra i designers. Poi i tessuti utilizzati per i capi ( importati dai Paesi emergenti,per contenere i costi) e perfino l'organizzazione del calendario ( 228 show in una settimana sono troppi, e troppo pochi quelli di qualità. Non più di 4-5).

 

Particolare attenzione è rivolta a Dolce&Gabbana, sintesi perfetta dell'intero movimento: da un lato ci sono i numeri -impressionanti- del bilancio della Maison, che macina record divenendo una multinazionale del lusso, dall'altra invece c'è il trionfo del cattivo gusto che si riflette in collezioni in cui a dominare non è la sobria e discreta raffinatezza ma sono i vari maculati, zebrati, jeans sdruciti e strappati. Un look da puttana, appunto.

 

Il pezzo nel finale prende tutt'altra piega, da un giudizio puramente estetico si passa a vere e proprie accuse alla società italiana.  Ce n'è di tutti i colori:

- Dolce&Gabbana -ancora loro-  vestono una generazione di ragazzi che leggono (forse,quando va bene) un libro all'anno e stanno incollati davanti alla TV come nessun'altro in Europa;

- D&G stanno più nei salotti televisivi che a disegnare abiti; e i salotti sono quelli della mediagarchia di Berlusconi;

- l'Italia è il Paese in cui tutti corrono come forsennati in macchina, sempre e solo in corsia di sorpasso (le altre son considerate corsie della vergogna...)

- siamo il Paese che ride divertito dello spot di Rocco Siffredi e delle patate che ha provato; per non parlare della goduria che proviamo nel leggere delle sventure di Lapo Elkann, considerato a prescindere un modello di eleganza anche se è stato beccato con un transessuale e quasi moriva d'overdose.

 

Insomma....un quadretto niente male.

Stanno arrivando in queste ore le prime reazioni all' articolo-invettiva, comprensibilmente stupite ed offese.

Dolce&Gabbana rispondono per le rime e mettono in chiaro una cosa:

"Gli Stati Uniti sono uno dei mercati principali dell' azienda, oltreoceano si vendono jeans strappati e camicette maculate che è un piacere....per cui....se gli abiti son da bordello, negli Stati Uniti ci son tante, tantissime prostitute!!"

 

Giorgio Armani definisce gli americani 'gente che scrive col cuore e non col cervello'.

Anna Molinari riprende il pensiero di D&G e parla di 'rivalsa per invidia in un Paese in cui non c'è uno straccio di creatività se non in Marc Jacobs,che infatti farebbe bene a traslocare a Milano'.

 

Più che le considerazioni di merito su moda e raffinatezza, stride lo stile usato per il minestrone del New York Times; un pentolone in cui è stato infilato di tutto e di più senza un nesso così chiaro.

Diviene logico pensare che sia un gesto emotivo dettato da un qualche contrappunto, una analisi non imparziale. Perché mai avranno il dente avvelenato, i cowboys??

Su tailleur e camicette ognuno la pensa un pò come vuole....riguardo ai giovani, invece, prima di criticare quanti guardano Rocco Siffredi alla tv si potrebbe partire da quelli che trascorrono le giornate a domandarsi chi abbia scopato oggi Paris Hilton e se Britney stavolta ha indossato le mutande per andare all' ennesimo party superalcolicoÂ…;)

Chi è senza peccato scagli la prima pietra, si dice qua da noi.

leggi i commenti

Verissimo ciò che è stato detto...verissimo e non fa una piega (si parla di vestiti eh eh) ma... da che pulpito viene la predica?

La moda italiana si è ridotta in questo stato per vendere i vestiti agli americani, scelta abominevole. Pertanto le critiche sono giuste e bisogna solo provare a "ricominciare",da dove? Boh? La moda non è poi così fondamentale, sbrogliatevela voi stilisti, magari non quei decerebrati di Docce Je Gabana, nno ne hanno più la forza mentale.

Sul grido non ci sono dubbi...si son fatti sentire eccome. Che sia di dolore non sono sicuro...mi pare un pizzico pretenzioso e vendicativo,non addolorato. Circolano voci su diatribe tra designers italiani e giornalisti americani, che fanno a gara a chi è più prima donna. Non a caso le direttrici di magazines laggiù diventano protagoniste di film e si vedono impersonate da Meryl Streep. Pensa se accadesse -che so- alla Giacobini qua da noi!
Che sia da inquadrare in questo ambito, l'articolo??
Comunque il più delle volte son litigate tra checche inferocite....lasciamoli fare.

Sulla risposta di D&G hai ragione, il livello è proprio bassino. Però anche qui...si dovrebbe distinguere tra le frasi di 2 'sarti glamour' di mezzà età (con rispetto per i sarti) e quelle pubblicate da uno dei giornali solitamente accreditato tra quelli più PRESTIGIOSI ED AUTOREVOLI dell'occidente.  Sul New York Times non ci si aspetta di trovar scritto MODA PER ZOCCOLE,abbi pazienza. Invece da Gabbana uno se lo aspetta.
Eppoi dalle camicette alle letture alla madiarchia e alla TV trash....un pò troppo, in un unico articolo DELLA SEZIONE FASHION & STYLE di un giornale.
P.S. Bentornato,ora mi rileggo tutto con caloma ;)

Stavo seguendo l'ordine cronologico, quindi il commento di prima su D&G precedeva l'articolo del New York Times, che, sugli stessi, ha centrato perfettamente la questione (il commento di D&G poi fa capire il livello). Più che un appunto alla moda italiana sembrerebbe un grido di dolore, di cosa riuscivamo a fare prima e cosa siamo in grado di fare ora. Consapevoli che loro erano a questo punto molto tempo prima di noi (God Bless America).

P.S. Son tornato, sorry.

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